CRISI ECONOMICHE: CRESCITA O SVILUPPO. QUESTIONE DI RISORSE O DI RESPONSABILITA’?

 

Il nostro sistema economico e finanziario è basato sulla pretesa paradossale secondo la quale un’economia – per essere sana – dovrebbe sempre crescere: il Prodotto Interno Lordo (PIL) dovrebbe salire all’infinito. In realtà, le bolle speculative che si alternano a crack finanziari devastanti con una frequenza sempre più ravvicinata smentiscono la sostenibilità dell’assunto, che sempre più appare nel suo paradosso teorico.

 

Difatti, dovremmo distinguere due concetti generalmente usati in economia: quello di “crescita” e quello di “sviluppo”. I due concetti – apparentemente sinonimi – non sono in realtà sovrapponibili; infatti, il primo implica l’ampliamento delle risorse e dei beni ed ha un’accezione principalmente quantitativa; il secondo invece, il cui significato etimologico è “mancanza di vincoli”, significa appunto liberare l’economia dai vincoli storici, strutturali e congiunturali, e per questo ha un’accezione qualitativa.

 

Perciò come prima cosa andrebbe specificato il significato che si intende assumere per ognuno dei due termini, e non prenderlo per scontato, perché sono alla base di fenomeni che scontati non sono!

Stiamo vivendo in un sistema economico-finanziario instabile, nel quale ciò che viene perseguito in modo maniacale è la crescita dei profitti, dei consumi, della ricchezza, e di conseguenza dell’inquinamento, del debito pubblico e privato, della disoccupazione, della povertà, e quindi dell’aumento delle disuguaglianze (ecco come la quantità produce un effetto qualitativo, in questo caso, opposto al generale interesse sociale!).

 

Nel sistema economico-finanziario industriale – e a quanto sembra anche postindustriale –  la “crescita” è un effetto della variabile “consumo”. Tanto che viene definito “consumistico”, non per intendere un comportamento di costume, ma per descrivere lo specifico meccanismo che sostiene il sistema produttivo e l’aumento dei fatturati che ne consegue: vale a dire un’esagerata strumentalizzazione dei beni finalizzata a sé stessa che però non aggiunge qualità alla vita, ma che alla fine la depaupera di significato, ne svilisce a lungo andare i valori stessi che permettono la convivenza, rendendo così il sistema insostenibile.

 

E da qui il fattore quantitativo della maggior produzione, maggior consumo, e aumento del PIL si trasforma in qualità specifica di comportamento individuale e di massa: l’individuo non cerca più il significato della vita nel proprio specifico status esistenziale, ma in ciò che può acquistare, nell’illusione che avere di più aumenti la qualità del vivere, ed è a questo che finalizza la propria attività lavorativa e compra anche indebitandosi oltre le proprie possibilità. E’ stato fatto rilevare come questo sistema non si basi più tanto sullo sfruttamento della manodopera, quanto sullo sfruttamento del consumatore (siamo consumatori per necessità del sistema, e non il sistema produttore per le nostre necessità); e la ricchezza non è più rappresentata dal possesso di beni, quanto dalla possibilità di spesa; anche se poi nella nostra individuale percezione, le cose ci appaiono esattamente capovolte…

 

Il consumismo dunque si presenta come un sistema economico-culturale che massifica l’individuo privandolo della sua soggettività, rendendolo perciò fenomeno statistico sintetizzato nel PIL! Non mi soffermo oltre, lascio il lettore riflettere sull’affermazione che uno dei più grandi pensatori contemporanei, Zygmunt Bauman, purtroppo recentemente scomparso, ma mai abbastanza rimpianto, ha usato per intitolare un suo famoso libro “Consumo, dunque sono”! Secondo Bauman, la ricerca della felicità di ognuno di noi si è trasformata, sotto l’impulso sistemico alla crescita, in mero consumo di merci gettandoci di fatto nella condizione di essere macchine consumatrici per permettere al sistema di produrre all’infinito, ci scopriamo così di essere per questo sistema oggetto di sfruttamento. la ricerca della felicità si è dunque trasformata in svuotamento di significato dell’esistenza e perciò in alienazione. Ed è questa la vera crisi del sistema – causa e conseguenza del tramonto della civiltà occidentale industriale e immediatamente anche causa e conseguenza della crisi esistenziale e culturale, dell’uomo occidentale. Ecco dunque dove la crisi  del sistema produttivo e finanziario del nostro tempo affonda le sue radici, crisi  che banche centrali e governi non possono circoscrivere o risolvere, perché non possono che continuare a cercare soluzioni sempre nella stessa direzione: l’aumento dei fatturati, la crescita economica, quando invece la vera questione che dovremmo porci tutti è quella della sostenibilità e di conseguenza il problema che dovremmo affrontare, alla radice, sta laddove la questione si pone in termini di  RESPONSABILITA’ SOCIALE del sistema produttivo e individualmente di consapevolezza del ruolo che in esso noi tutti, individui, giochiamo.