DESTINAZIONE FA RIMA CON PROTEZIONE

Il nostro ordinamento giuridico prevede diversi strumenti a protezione del patrimonio. L’atto di destinazione è uno di questi, e serve a tutelare determinati beni da eventuali aggressioni di terzi per debiti contratti a causa di responsabilità civile o professionale del titolare di quei beni. L’istituto è stato introdotto soltanto nel 2005 con l’articolo 2645-ter C.C. e non è ancora molto diffuso.

Attraverso l’atto di destinazione, è possibile riservare beni immobili o mobili registrati a vantaggio di persone giuridiche benemerite (durata massima 90 anni) o persone fisiche disagiate, il cui scopo o i cui beneficiari si intende tutelare (anche per tutta la durata della loro vita). L’accesso a tale istituto è condizionato dall’esistenza di un interesse meritevole di tutela, che è poi l’aspetto più controverso. In linea di principio, dovrebbe essere il notaio a valutare tale fondamentale elemento, tuttavia il notariato ha chiarito che deve essere l’istitutore del vincolo ad assumere ogni responsabilità sulla meritevolezza; circoscrivendo la responsabilità del notaio alla sola verifica della legittimità del fine. Il disponente deve dichiarare lo scopo, e offrire la garanzia delle motivazioni che lo hanno indotto a privarsi della pienezza del diritto di proprietà dei beni che a quel fine intende conferire e vincolare. L’ oggettiva destinazione del bene vincolato è un aspetto da considerare attentamente per evitare che i creditori del disponente possano eccepirne la simulazione. Quindi, con il vincolo sull’immobile, il disponente effettua lo spossessamento del bene, ma questo non è di per sé sufficiente, occorre che, il volontario impoverimento, rappresenti un  sacrificio proporzionato al fine. Per questa stessa ragione, la persona che crea il vincolo su un immobile non può crearlo a favore di sé stesso; in questo caso verrebbe meno la condizione della terzietà, indispensabile per connotare la meritevolezza del fine che solo l’altruità può garantire.

Grazie a questo istituto, sui beni conferiti si produce l’effetto giuridico della segregazione, questo significa che essi vengono sottratti alla garanzia generica riconosciuta ai creditori dall’art. 2740 c.c., secondo il quale, il debitore è obbligato a rispondere dei propri debiti con tutti i suoi beni presenti e futuri.  Di conseguenza, con il vincolo si blinda l’immobile e si riducono in prospettiva le prerogative dei creditori del disponente che non potranno soddisfarsi su quel bene, in quanto esso risulta appunto riservato alla esclusiva realizzazione del fine indicato in atto, essendo quindi separato dal patrimonio del disponente debitore. Ragion per cui, i beni in questione non possono essere assoggettati a procedure esecutive o concorsuali, tranne che per quei debiti contratti in funzione del fine stesso previsto nell’atto di destinazione. Anzi, nel caso in cui il disponente fosse coniugato, quei beni sono sottratti dall’eventuale regime di comunione legale; e in caso di morte, gli eredi sono tenuti a rispettarne il vincolo. Questo in linea di principio. Tuttavia, anche il vincolo di destinazione è passibile di esecuzione ed espropriazione dei beni vincolati. In base all’articolo 2929-bis, infatti, il creditore che si ritiene pregiudicato dalla costituzione del vincolo sul bene, può agire esecutivamente senza dover chiedere prima la revocatoria ordinaria. Si tratta di un rimedio “lampo” perché in luogo dell’azione revocatoria che si protrarrebbe per anni, si può procedere immediatamente al pignoramento alla sola condizione che il vincolo sull’immobile non sia stato apposto da oltre un anno rispetto all’avvio della esecuzione.

Ma l’efficacia del vincolo di destinazione viene consolidata solo dopo cinque anni dalla trascrizione del vincolo alla Conservatoria dei registri immobiliari. Se quindi un creditore del disponente nel cercare di aggredire il bene scopre che il periodo trascorso dalla data del vincolo è inferiore ai cinque anni, qualora dimostrasse che il vincolo è stato apposto al fine di sottrarre il bene alla sua esecuzione, avrebbe comunque facoltà di aggredire l’immobile tramite l’azione revocatoria ordinaria. Detto questo, va precisato che l’assenza di meritevolezza del fine non conosce limiti di tempo.

L’atto di destinazione costituisce una valida alternativa al fondo patrimoniale, riservato questo esclusivamente ai soggetti coniugati o uniti civilmente che attraverso di esso decidono di vincolare l’uso di una parte dei beni – immobili o mobili, purché registrati, perché solo così è possibile rendere pubblica l’esistenza del vincolo – al mantenimento del tenore di vita della famiglia.   Al fondo patrimoniale quindi non possono accedere quei nuclei familiari che non rientrano nella forma tipica di famiglia, così come è riconosciuta dal nostro codice civile. Tuttavia, l’identità familiare si trova nel corso di un cambiamento epocale. Emergono nuove realtà che necessitano anch’esse di eguale tutela: esistono ormai famiglie cosiddette “allargate”, famiglie “arcobaleno”, coppie di fatto; anche la condizione di “single” rivendica gli stessi diritti.

A differenza del fondo patrimoniale, l’atto di destinazione può essere istituito da chiunque a beneficio di qualsiasi persona fisica o giuridica, nonostante lo scopo non riguardi il mantenimento del tenore di vita familiare, purché sia meritevole di tutela, come per esempio il mantenimento e la protezione di un minore o di un diversamente abile (non è un caso che l’Atto di Destinazione sia rientrato nella legge del “Dopo di noi”) a tutela dei soggetti portatori di gravi disabilità. Così, l’atto di destinazione, può costituire lo strumento utilizzabile da tutte le altre realtà familiari, interessando anche il single. L’atto di destinazione può riguardare anche la tutela di uno dei partner economicamente debole nell’ambito della coppia di fatto;  la tutela della persona che ha assistito a lungo qualcuno bisognoso di accudimento e che alla morte dell’assistito avrebbe rilevanti difficoltà economiche; la tutela di un parente prossimo con scarso reddito e non coniugato; la tutela di un figlio o generalmente di terzi, al fine di garantire un adeguato percorso di studi. Bastano questi esempi per intuire il ruolo che l’atto di destinazione può giocare all’interno di una pianificazione patrimoniale, anche a scopo successorio.