Evoluzione del concetto di “Socially Responsible Investing” e nascita dei Fondi Etici.

Esistono molti modi di essere “ambientalisti”, vale a dire possedere una coscienza sociale ed ecologista e impegnarsi per essa. Per esempio iscriversi ad una associazione ambientalista e versare puntualmente le quote; attivarsi personalmente, partendo dalla propria piccola realtà, per contribuire ad affermare diritti umani e dell’ambiente; difendere la propria comunità da soprusi denunciando situazioni e responsabili; ma ancora pochi riflettono sul fatto che è possibile sostenere attività economiche rispettose dell’ambiente e dei diritti umani, anche scegliendo di investire in esse il proprio risparmio, traendone per altro i giusti utili.

Parlare di Investimento Socialmente Responsabile applicato al risparmio gestito, oggi significa per lo più parlare dei cosiddetti Fondi Etici. Si tratta di forme collettive di risparmio gestito ormai ampiamente diffusi nei principali mercati finanziari. La caratteristica fondamentale che li distingue dai comuni fondi, sta nel fatto che non costituiscono semplicemente uno strumento d’investimento, ma rappresentano anche uno strumento partecipativo dello sviluppo sostenibile del sistema socio economico, in quanto contribuiscono a spingere le imprese e gli Stati verso quelle scelte operative socialmente responsabili indispensabili ad uno sviluppo socio-economico sostenibile.
I fondi etici infatti selezionano per i propri portafogli titoli di società e/o di Paesi che rispondono a precisi requisiti, quali il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente. Chi dunque investe in fondi etici, da una parte è un comune investitore che cerca – come tutti – il massimo rendimento ottenibile in presenza di una rischiosità quanto possibile controllata, in rapporto alle proprie attese di risultato economico; ma dall’altra – e sempre più spesso – testimonia anche una coscienza sensibile alle problematiche che lo sviluppo economico e sociale pongono in termini di sostenibilità ambientale, responsabilità sociale, qualità della vita.

Per conoscere questi interessanti e preziosi strumenti, è utile inquadrarli nella loro origine storica, anche perché ciò permette di capire l’ispirazione originaria di tali fondi, e in seguito comprendere meglio la loro realtà attuale, e farsi infine un’idea sul ruolo che questi strumenti sono destinati a giocare nello sviluppo economico e sociale post industriale.
Comunemente si pensa che la nascita dei Fondi Socialmente Responsabili sia un fenomeno recente, legato organicamente all’esplosione delle contraddizioni del nostro specifico modello di sviluppo che ha causato ripercussioni preoccupanti sull’ambiente e sulla qualità della vita umana e animale. Invece, le loro origini sono rintracciabili in tempi molto meno sospetti. Solo che il fenomeno del Socially Responsible Investing è stato a lungo confinato all’ambito di alcuni movimenti religiosi anglosassoni (Comunità Metodiste e Quacchere) nei quali l’osservazione dei principi informatori richiedeva una coerenza totale su tutti gli ambiti della vita, quindi anche sull’attività lavorativa e sugli investimenti dai quali venivano escluse attività e soggetti economici non in linea con i dettati etici.

Forse, la prima forma organizzata di investimento etico si ebbe all’inizio del XIX secolo negli USA quando, a seguito della battaglia morale intrapresa da queste istituzioni religiose contro l’alcool, il tabacco e il gioco d’azzardo, nacque il Pioneer Fund i cui investimenti escludevano proprio le aziende impegnate in quei settori economici perché considerati agenti del “peccato”. Ma è stato solo a partire dalla seconda metà del secolo scorso (anni ’60), sull’onda dei movimenti di protesta in materia di diritti civili e di partecipazione democratica, che il concetto di Investimento Socialmente Responsabile (SRI) esce finalmente dal circoscritto universo del credo religioso e diventa un’espressione diretta di nuove istanze sociali che criticando i valori tradizionali e rigettando l’ordine costituito, affermano in modo organizzato nuovi principi che informano una nuova concezione del rapporto con la società e l’ambiente basata sull’armonia e l’egualitarismo.
Questo consentì l’affermarsi di nuove forme di pressione sociale nei confronti dei manager e delle società le cui scelte e i cui comportamenti, anche limitati al solo quadro economico, rifuggono dalle coscienze; come quando si manifestò per la prima volta un atteggiamento di rifiuto ad investire in titoli di aziende coinvolte nella guerra del Vietnam; o quando, durante la lotta civile contro l’apartade, vennero intraprese ampie iniziative di boicottaggio finanziario ed esercitate massicce forme di pressione sulle multinazionali americane coinvolte più o meno direttamente in odiose pratiche di discriminazione. Questa coscienza sociale e civile produceva un nuovo atteggiamento anche nei confronti del risparmio, che trovava espressione proprio nella necessità di conoscere e indirizzare eticamente la destinazione delle risorse finanziarie.

Cominciava a formarsi anche la consapevolezza del conflitto di interesse esistente tra il mercato finanziario ed industriale e i consumatori dei quali venivano ignorati i diritti, al fine di massimizzare i profitti. Nel 1970, un’inchiesta – poi passata alla storia – dimostrò la scarsa sicurezza di alcune automobili americane. L’indignazione sociale che ne conseguì spinse gli azionisti della General Motors ad esercitare nei confronti dell’amministrazione una serie di pressioni perché venissero rispettati i diritti dei lavoratori e dei consumatori. Nasce lo Shareholder Activism, ovvero l’“azionariato attivo” quale strumento di affermazione di diritti civili e politici, nei confronti delle grandi realtà industriali e finanziarie.

Questi fatti dovevano giocoforza influenzare i money managers, i quali erano spinti a introdurre nuovi e inusitati criteri extraeconomici nella gestione dei portafogli, basati sulla dimensione valoriale, relativi stavolta ai comportamenti di responsabilità sociale adottati dalle aziende secondo il principio del Socially Responsible Investing (SRI): nascevano finalmente i fondi comuni di investimento “socialmente responsabili”, in senso laico e moderno.

Così l’investimento, prima di allora sinonimo di speculazione finanziaria fine a se stessa, secondo i più rigorosi principi liberisti, trova una sua connotazione di responsabilità sociale, nel quale le valutazioni di carattere finanziario sono integrate da quelle di ordine ambientale e/o sociale; e dunque la selezione di titoli di società non avviene più esclusivamente sulla base di analisi fondamentali e tecniche, ma segue anche criteri nuovi – ispirati al concetto di Socially Responsible Investing – che utilizzano particolari rating formulati da società specializzate sulla base di screening valutativi, atti a certificare elementi qualitativi della corretta conduzione aziendale quali la trasparenza in ambito amministrativo, la correttezza nei rapporti con i dipendenti ed il mercato nel suo insieme, il rispetto della comunità e dell’ambiente nei quali l’azienda è inserita. Questo nuovo approccio agli investimenti si è in seguito ulteriormente sviluppato, tanto che il mercato finanziario lo ha riconosciuto come una garanzia per lo sviluppo sano del sistema economico.
Oggi, gli investimenti in strumenti etici sono ancora percentualmente minoritari rispetto a quelli non etici; ma i fondi RSI si sono moltiplicati con rapidità e presentano caratteristiche nuove e più articolate, tanto che per l’investitore risulta difficile orientarsi tra tutti i prodotti del risparmio gestito che si presentano nella generica definizione di “etici”; e per individuare quelli che davvero meritano tale definizione, è necessaria una competenza ormai specialistica.