Finanza Sostenibile, quale performance?

L’investimento responsabile, così come la sostenibilità del sistema finanziario e produttivo, va ben oltre quello che è l’impatto ambientale in sé stesso: esso abbraccia dinamiche interne alle aziende che riguardano aspetti sociali, umanitari, ma anche relative ai diritti e alla governance che sono di fondamentale importanza.

Credo che stiamo vivendo un momento storico di transizione, e il tema di cui ci stiamo occupando non è più residuale o marginale, ma centrale. Perciò ritengo sia importante capire bene cos’è la finanza sostenibile e cos’è l’investimento socialmente responsabile, come lo è altrettanto capire qual è la convenienza nel seguire una strategia di investimento di questo tipo.

Si chiama “socialmente responsabile” l’investimento che integra nel processo aspetti ambientali, sociali e di buona amministrazione come è evidente dall’acronimo inglese ESG (Envariomental, Social and Governance). In questo tipo di approccio, l’analisi dei titoli in selezione, segue non solo criteri strettamente finanziari, ma anche sociali e ambientali, ragion per cui il processo di costruzione di tali portafogli prende il nome di “investimento socialmente responsabile” (SRI).

Certo, non è intuitivo comprendere come i criteri relativi agli aspetti Sociali e di governance delle imprese possano rientrare nelle scelte di investimento: occorre avere consapevolezza che anche ciò che riguarda il rispetto dei diritti umani e dei lavoratori, le nuove emergenze umanitarie e più in generale, le problematiche relative al welfare, sono parte costitutiva di quell’ambiente, rispetto al quale troviamo più facile comprendere i criteri utilizzati ai fini dell’investimento, in relazione alle energie rinnovabili, all’utilizzo razionale delle risorse energetiche, e in generale a tutto ciò che va nella direzione della sostenibilità e del rispetto dell’equilibrio ambientale.
Anche lo stile di gestione e governance dell’impresa, con le questioni di remunerazione, i rapporti interni con il personale, e in particolare le relazioni di genere, in rapporto ai ruoli femminili e le questioni legate alle minoranze etniche, con le politiche d’impresa, le cui scelte produttive e commerciali impattano sul territorio, la società e l’ambiente non può non costituire criterio di selezione per l’investimento socialmente responsabile; laddove “buona governance” significa far funzionare l’organizzazione aziendale perseguendo obiettivi sostenibili, in termini di impatto sul territorio, sia sociale che ambientale.

Nell’applicazione delle strategie d’investimento socialmente responsabile, sono stati standardizzati alcuni criteri di selezione delle società in portafoglio.
Il criterio dell’esclusione è tra tutti il più chiaro e il più utilizzato in Italia. Attraverso di esso vengono selezionate le attività economiche, escludendo quelle dannose per l’ambiente o che presentano comportamenti contrari ai diritti umani fondamentali. Vale a dire che si escludono quelle aziende o quelle attività ad esse riferibili che presentano comportamenti e atteggiamenti dal punto di vista ambientale e sociale dannoso.
L’esclusione può essere molto rigida o anche flessibile. In vari casi infatti la scelta non opera con la semplice esclusione, ma si preferisce ingaggiare con le aziende un dialogo.
Comunque, il quadro di riferimento di questo criterio è costituito dai principi espressi nelle convenzioni internazionali.
Il “Besting Class” è il criterio secondo il quale, fatto salvo un paniere di titoli che presentano le caratteristiche richieste, se ne selezionano i migliori. E’ un criterio usato in particolare nell’investimento tematico: il gestore, attraverso l’analisi di un determinato settore, individua le aziende che nella loro attività dimostrano di adottare maggiormente criteri di responsabilità gestionale e che esercitano sul territorio un impatto sostenibile, sia in termini ambientali che sociali. Questo modo di operare sta ottenendo un buon successo perché si è rivelato particolarmente redditizio anche dal punto di vista economico finanziario.
L’”Engagment” è uno dei criteri più importanti. Consiste nell’instaurare con l’azienda un dialogo nel tentativo di spingerla ad impegnarsi nell’assumere comportamenti rispettosi dell’ambiente, e nel correggere le modalità della propria governance, al fine di renderlo oggetto di investimento. Così operando, questo criterio è fra tutti quello che dà maggior valore aggiunto, in quanto rappresenta un approccio proattivo, diretto ad incidere direttamente nella realtà produttiva stessa, al di là della finalità finanziaria, la quale invece ha un effetto indiretto e generico. Del resto, la finanza sostenibile non è speculativa, essa è rivolta all’economia reale ed è interessata a migliorare le condizioni generali e lo sviluppo della realtà produttiva.
L’”Impact investing”. Questo criterio si basa sull’assunto che i capitali privati possano intenzionalmente contribuire a creare impatti sociali positivi misurabili e compatibili, al tempo stesso, con i rendimenti economici. L’elemento distintivo di questo criterio è l’intenzionalità proattiva con cui l’investitore (o gestore del fondo) persegue lo scopo sociale, insieme al ritorno economico. I soggetti attivi dell’impact investing possono essere imprese, organizzazioni e, appunto, fondi di investimento.

Dell’investimento socialmente responsabile, colpisce innanzitutto la portata del fenomeno che presenta masse gestite per circa 32.000 miliardi nel mondo, di cui 12.000 solo in Europa. Questo fatto sfata il preconcetto che si tratti di un mercato “di nicchia”.

In Italia siamo partiti un po’ in ritardo rispetto agli altri attori come Francia e Inghilterra, ma stiamo occupando velocemente importanti posizioni contraddistinte da forte e costante crescita sia per la sempre maggiore partecipazione del mondo imprenditoriale, sia anche per il forte aumento degli investitori esteri nel mercato italiano. Questo fenomeno storico ha innescato finalmente un processo oggettivo di cambiamento e innovazione dei processi produttivi in grado di apportare un importante impulso alla crescita dell’economia reale del paese.

Ormai, la conoscenza sulle tematiche dell’investimento socialmente responsabile, in particolare quello legato all’ambiente è raddoppiata rispetto al passato. I risparmiatori oggi sono molto più sensibili di un tempo anche agli aspetti sociali di questo tipo di investimenti. Tuttavia nonostante questa grande potenzialità e l’enorme domanda, i distributori dei servizi finanziari non si sono ancora adeguati ad essa e quindi presentano un’offerta insufficiente: solo il 7% del settore (distributori, banche, consulenti e reti) propone prodotti SRI!

A questo punto, è necessaria una presa di consapevolezza anche da parte di noi consulenti, e sollecitare le reti di distribuzione a fornirci un basket il più possibile completo di prodotti SRI: Dato il forte rapporto che abbiamo con i nostri investitori, potremmo fare la differenza e incidere in questo mercato, e di conseguenza giocare un ruolo proattivo nell’innovazione dei processi produttivi, a salvaguardia dell’ambiente.
Questa tematica rimanda però al tipo di approccio che dovremmo avere sia nei confronti dei clienti che sono completamente all’oscuro di queste tematiche, sia di quelli che al contrario hanno già maturato una qualche conoscenza in merito, ma necessitano di essere diretti in modo organico verso questo tipo di investimenti.
In particolare, sarebbe necessario sfatare alcuni preconcetti legati al sentito dire. Tipico è il preconcetto secondo il quale l’investimento SRI “non è redditizio”. In realtà, investire in SRI non solo consente di conseguire rendimenti assolutamente in linea con quelli del mercato in generale, ma essi dimostrano di essere tendenzialmente più stabili. E questo ci riporta all’altro preconcetto, che cioè l’investimento RSI sia “più rischioso”. L’investimento SRI è a volte addirittura meno rischioso, e per un ottimo motivo: l’approfondita analisi delle aziende in portafoglio, non solo in termini di fondamentali economico-finanziari, ma anche per quanto riguarda gli aspetti socio-ambientali, diventa condizione strutturale per la minimizzazione dei rischi derivanti da eventuali impatti ambientali negativi o tensioni politico-sociali riconducibili all’operatività dell’azienda.
Tant’è vero che fra gli investitori più attivi nel SRI ci sono proprio le compagnie di assicurazione. Infatti, queste hanno convenuto sul fatto che conviene molto di più investire in progetti di sostenibilità, che coprire sinistri causati da catastrofi ambientali.
In buona sostanza il segnale è chiaro: la tendenza sarà sempre più investire nella sostenibilità ambientale, piuttosto che negli strumenti tradizionali che a lungo andare provocano danni con ricadute sull’equilibrio ambientale con le necessarie conseguenze economiche e sociali.

Investire in finanza sostenibile quindi conviene. E questo è uno dei principali elementi di riflessione che va trasferito al cliente investitore. Non lo si fa quindi solamente per avere un ruolo proattivo sociale e ambientale, ma anche perché questi investimenti possono avere degli interessanti ritorni economico-finanziari, riducendo per altro il rischio stesso dell’investimento.