LA PREVIDENZA NON E’ SOLO FUTURO!

Dal momento che tendiamo a dare più valore a ciò che è attuale e emergente, piuttosto che a ciò che ci appare fin troppo lontano dalle esigenze immediate, perché sentiamo più urgente il problema relativo alla vecchiaia, rispetto al rischio più grave e incombente come quello di diventare improvvisamente inabili o invalidi? Non tutti finiremo con il maturare la pensione di vecchiaia o di anzianità… benché sia sicura, questo è statisticamente certo! C’è sempre il rischio che subentri uno stato di invalidità, inabilità o premorienza. In questo caso matura immediatamente una pensione che si chiama appunto di invalidità, di inabilità o ai superstiti… pensioni i cui importi sono assolutamente inadeguati! Infatti, riflettiamo! Se è vero che dopo 40 anni di lavoro la pensione che percepiremo equivarrà più o meno al 60% dell’ultimo stipendio, figurarsi – dopo un tempo intermedio di lavoro – a quanto potrebbe ammontare la pensione di invalidità! Dovremmo perciò tenere ben presente che ci sono pensioni che matureranno nel futuro e pensioni che potrebbero maturare oggi stesso!

Un’altra cosa che osservo ormai da anni, è che quando si parla di problema pensionistico ci si riferisce sempre e genericamente alla situazione INPS, cosa logica in quanto il sistema previdenziale obbligatorio nel nostro Paese è costituito appunto dalle gestioni INPS; ma esistono anche Casse previdenziali che con l’INPS non hanno assolutamente nulla a che fare, perché sono autonome. Si tratta delle Casse dei liberi professionisti. Raramente si parla di queste ultime, ignorando le condizioni previdenziali di questa categoria di persone. Vorrei allora una volta tanto, parlare di loro.

Ogni Cassa ha un proprio regolamento. Ce ne sono tante: l’età pensionabile, che secondo l’INPS è attualmente indicata a 67 anni, non è la stessa per tutte le altre Casse: il notaio non va in pensione alla stessa età del geologo; e poi, il geologo non va in pensione con lo stesso sistema di calcolo del farmacista… un farmacista non va in pensione come ci va un notaio. E’ però difficile trovare il professionista che conosca veramente il proprio destino previdenziale, che abbia contezza di tutte le condizioni che normano il rapporto con la propria Cassa di previdenza; che sappia se la sua Cassa prevede una pensione di anzianità; quando e in che termini è prevista questa pensione e quella ai superstiti; e che infine conosca il sistema di calcolo utilizzato!

Vi sono infatti Casse che non prevedono la pensione di invalidità, e sono Casse importanti, ricche. Sono le Casse dei Notai, dei Farmacisti, dei Medici! Dunque, se un medico rimane invalido, non ha diritto alla pensione! Quasi nessun medico conosce questo stato di cose! E pensare che l’inabilità, al contrario della invalidità, presuppone addirittura la cessazione dell’attività lavorativa, la cancellazione dall’Albo!

Ma neanche altre categorie, pur potendo ricorrere alla pensione di invalidità, possono contarci davvero: per un ingegnere in un caso di invalidità, l’Inarcassa erogherebbe una pensione di appena 84 euro mensili! Per la verità, è prevista anche un’integrazione al minimo (7.700 euro annui), ma a condizione che quell’ingegnere, come nucleo familiare, abbia un ISEE non superiore a 31.000 euro! Per cui se egli supera tale soglia, può solo contare sugli 84 euro mensili!… ma questo lui semplicemente non lo sa! In ogni caso, anche con l’integrazione al minimo il problema non si sposterebbe: potrebbe contare soltanto su 640 euro lordi al mese! La situazione è la stessa anche per i veterinari: la loro pensione di invalidità è di appena 5.000 euro annui, corrispondente a 416 euro mensili lordi, con cui campare e curarsi, e non è prevista l’integrazione al minimo…!

Se consideriamo questo stato di cose, il fatto stesso di preoccuparsi per il proprio destino pensionistico sembrerebbe paradossale. Dovremmo considerare noi stessi ciò che effettivamente siamo: capitale umano, che quindi come tale va protetto, perché è solo grazie ad esso che potremo creare un futuro. E sarebbe il caso che invece di concentrarci esclusivamente sulla pensione di vecchiaia, utilizzassimo un minimo di quelle risorse per una copertura di invalidità: senza una copertura di questo genere, molti professionisti non hanno una polizza che li copra, in taluni casi rischiano davvero molto, addirittura lo stato di sopravvivenza!

Tra l’INPS e le Casse professionali non esistono importanti differenze, tranne che la possibilità di versare un contributo aggiuntivo a quello obbligatorio: mentre all’INPS si versa il 33% del reddito, ma non è possibile versare volontariamente somme superiori, oltre il 50% delle Casse prevede, al contrario, la contribuzione aggiuntiva (cosiddetta “modulare”) che va dall’1% al 10%, calcolato sul reddito e sempre fino ad un massimale ammesso. Da quando infatti, con il Decreto 509 del 30 giugno 1994, le Casse previdenziali esistenti sono state trasformate da Enti di diritto pubblico in Enti di diritto privato,  non hanno più potuto usufruire di finanziamenti pubblici, ed essendo passate al regime contributivo, ma con aliquote troppo basse e largamente insufficienti (si pensi che l’avvocato versa il 14,50% del reddito, lo psicologo addirittura il 10%, l’architetto e il commercialista il 12%) non avrebbero potuto essere finanziariamente sostenibili – condizione imprescindibile per rimanere autonome – senza prevedere la possibilità della contribuzione aggiuntiva, almeno entro un massimale contributivo. La limitazione del massimale ha invece una evidente funzione di “salvaguardia”: mettendo infatti un tetto e rinunciando ad incassare più contributi oggi, le Casse mantengono un equilibrio futuro, grazie al fatto che anche le prestazioni saranno altrettanto limitate.

Il contributo modulare fa concorrenza alla previdenza integrativa (perché versare nel fondo pensione – ci si domanderà – quando c’è la Cassa che dà comunque una integrazione, è sempre deducibile e non ha caricamenti?) Ma anche qui c’è qualcosa che l’iscritto dovrebbe sapere: la rendita che deriva dal contributo modulare costituisce a tutti gli effetti, fiscalmente, reddito da lavoro; quindi la relativa rendita è soggetta alla tassazione ordinaria (dal 23% al 43%). Mentre la rendita derivata da un fondo pensione è fiscalmente agevolata perché ha una imposta sostitutiva che va dal 15% al 9% (decrescente in funzione degli anni di iscrizione). Se poi la rendita integrativa venisse creata anziché con un fondo pensione, utilizzando una semplice polizza vita, sarebbe esente da qualsiasi tassazione, senza contare la maggiore flessibilità dello strumento assicurativo, di gran lunga meno rigido di un Piano Individuale Pensionistico; e che a scadenza, permette anche di decidere se avere la prestazione come rendita o come capitale.

Quindi per esempio, 10.000 euro di rendita integrativa creata con il contributo modulare alla Cassa, ipotizzando una aliquota marginale del 38%, in tasca all’iscritto rimarrebbero soltanto 6200 euro annui, perché 3800  andrebbero al fisco; se invece la rendita derivasse da un fondo pensione (ipotizzando per esempio 25 anni di adesione) l’assicurato pagherebbe il 12% (15%-3% per i 10 anni superiori al 15°) di imposta, intascando 8800 euro. Infine, se fosse stata costruita con una polizza vita, in tasca all’assicurato rimarrebbe l’intero importo di 10.000 euro netti, infatti la polizza vita sottoscritta dopo il 2001, come dicevamo, è esente da tassazione.

Quando un cliente mi chiama per una consulenza sulla previdenza complementare, una volta prospettatogli la differenza tra le tre ipotesi, nella maggior parte dei casi preferisce optare per una rendita più alta al momento della pensione, quando ne avrà più bisogno per un tenore di vita migliore, piuttosto che risparmiare nel mentre qualche migliaio di euro di tasse che non cambierebbe poi di molto la sua vita. In buona sostanza, la polizza vita, oltre ad offrire una rendita più elevata, è uno strumento più flessibile, rispetto al fondo pensione, tale da indurre l’assicurato a pagare tale flessibilità con la rinuncia al vantaggio della deduzione fiscale.

Ho detto che la polizza vita, rispetto al fondo pensione, appare più vantaggiosa anche in termini di maggior flessibilità. Oggi infatti l’età pensionabile è prevista a 67 anni, e anzi tenderà ad innalzarsi ancora nel corso del tempo; ebbene, non sarà possibile ottenere la pensione prima di quella scadenza! Con una polizza vita, invece, la scadenza è stabilita dall’assicurato al momento della sottoscrizione, che quindi può decidere di programmarla ben prima dell’età pensionabile, riservandosi in tal modo la possibilità di godere di una rendita aggiuntiva allo stipendio, se decide di continuare a lavorare oppure aggiuntiva alla liquidazione, se decide di prepensionarsi, in attesa che maturi la pensione stessa… ma dovrebbe essere considerato anche un altro fattore importante: l’effetto del tasso di conversione sull’entità della rendita!

Il tasso di conversione cambia nel tempo in funzione della probabilità di sopravvivenza, che sembra allungarsi sempre di più. Quale sarà il tasso di conversione in rendita del capitale accumulato al raggiungimento dell’età pensionabile? Non è possibile saperlo in anticipo, quindi questo è un fattore non calcolabile se non secondo ipotesi e che verificheremo sempre… dopo! Con la polizza vita invece, potendo stabilire al momento della sottoscrizione l’età di godimento della prestazione, l’entità della rendita viene definita anticipatamente, e quindi ad un tasso di conversione certo, quello attuale… capito la differenza?

Nel costruire una pensione, è molto importante poi considerare il fattore fiscale. Al raggiungimento dell’età pensionabile, la pensione viene tassata secondo aliquota marginale. Ora, il montante contributivo da cui si ricava la rendita, è formato dai contributi versati, ma anche dai rendimenti ottenuti dalla loro gestione.  Di conseguenza, la tassazione è doppia: prima sui rendimenti e successivamente sulla pensione da essi derivante – cosa che oltre oltretutto è anticostituzionale!  Ma questo fatto in genere lo si ignora completamente!

Nel caso del fondo pensione invece, la rendita viene tassata solo per la parte derivante dai contributi dedotti. I contributi già tassati, e i rendimenti stessi ne sono esentati. Dunque, la rendita derivante dai versamenti in un fondo pensione, superato il limite della detraibilità, non è tassata, a questo punto, non dovendo più dedurre, perché continuare a versare in un fondo pensione, quando la polizza vita offre una flessibilità di gran lunga maggiore?

D’altra parte, in questo modo, dovrò rinunciare al cospicuo vantaggio fiscale della deduzione. Questo è vero! Ma è vero anche che, godendo pienamente della rendita vitalizia non tassata, recupererò a posteriori il vantaggio fiscale a cui ho dovuto rinunciare durante il periodo di formazione, anzi, in un arco temporale adeguato raggiungerò il break even point. Ovvio che, dal punto di vista finanziario, chi avrà avuto la sfortuna di morire prima avrà perso. Ma chi arriverà a quel punto e lo oltrepasserà, sarà andato addirittura in guadagno!