Non investire equivale a non rischiare?

E’ un fatto riscontrato dalle statistiche internazionali che il popolo italiano sia un popolo di risparmiatori. Tuttavia, dalle stime della Banca d’Italia risulta che il 30% circa dei risparmi non viene investito affatto. Sarà per diffidenza verso le banche e lo “sconosciuto” mondo della finanza, sarà per superficialità o mancanza di informazione, ma gran parte dei risparmiatori lascia effettivamente i propri risparmi “sotto il materasso”, cioè sul conto corrente benché, il fatto è risaputo, non sia redditizio.

Se non si investe, è a causa di diffidenza e paura. Ciò accade in genere perché i mercati finanziari rappresentano un mondo ignoto e come tale percepito pericoloso… e poi “se ne vedono e sentono tante…!”

Associare il pericolo all’ignoto sembra naturale, e tutto sommato ragionevole: “Evita ciò che non conosci”! Ma questo atteggiamento si involve intorno a sé stesso, perché manca nella superficiale riflessione la considerazione dell’elemento reciproco: e cioè il rischio che deriva dalla stessa decisione di non investire!

L’atteggiamento passivo è visto come cautelativo, prudenziale, sicuro, opposto all’attività che come tale si presenta temeraria… Sfugge il fatto che si tratta sempre di decisioni, che come tali sono comunque esposte alla verifica degli accadimenti e delle condizioni del mercato. Anche la decisione di non investire è una decisione, e in quanto tale è esposta a rischi, e ad uno in particolare Vediamo quale.

Tenere liquido il denaro, soprattutto se per lungo tempo, lo si espone all’effetto erosivo dell’inflazione. Per comprendere bene questo rischio, e capire quanto rappresenti una minaccia al valore del denaro tenuto “sotto il materasso”, basti pensare che l’aumento del prezzo delle merci nell’arco di un anno determina per l’anno seguente la corrispondente perdita di valore di acquisto se nel contempo il capitale finanziario è stato fermo.

Non investire rappresenta insomma una sorta di investimento al contrario, nel quale il capitale, anziché aumentare il suo valore, lo riduce, anno dopo anno…

Se quindi questo è il risultato che si ottiene scegliendo alla rischiosità dell’investimento la “sicurezza del materasso”, allora, se una sicurezza c’è, essa è proprio quella di perdere; e questo non è una probabilità, ma una assoluta certezza: l’inflazione “consuma” una buona fetta del valore, determina cioè un vero e proprio impoverimento.

Fin qui è teoria. Allora facciamo un esempio concreto. Da inizio del 2000 ad oggi in Italia, in venti anni, un capitale di 100.000 euro ha subito a causa dell’inflazione una erosione di circa 1,65% all’anno, raggiungendo il valore attuale di 72.086,23. Se invece nello stesso periodo fosse stato investito in un portafoglio, poniamo di tipo blanciato, oggi il suo valore sarebbe triplicato: 304.764,69 euro!
Infatti, dal 2000 ad oggi, un portafoglio bilanciato 50/50 avrebbe reso in termni reali (cioè depurato dall’effetto erosivo dell’inflazione), mediamente circa il 5,73% annuo. Una bella differenza, dovuta anche, in entrambi i casi, quello della liquidità rimasta in deposito, e quello del portafoglio investito, alla legge della capitalizzazione composta… ma soprattutto al fattore tempo che sappiamo essere “galantuomo” .